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martedì 29 dicembre 2015

08 Il triangolo Docenti-Famiglie-Allievi, la Società permea la Scuola.


Una delle cose che ho compreso lavorando a scuola è che, per quei termini di “simbiotica antitesi” fra Scuola e Società che ho illustrato prima, e seppure le distanze reciproche fra docenti, famiglie e alunni sembrano ogni volta allungarsi e restringersi istericamente, le tre componenti, come tre vertici di un triangolo, sono tutte ugualmente attori attivi e passivi, vittime e carnefici, causa ed effetto, variabili dipendenti e indipendenti della stessa funzione (visto che l’area del triangolo, cioè la densità sociale dell’istituzione scolastica, è sempre la stessa). È come quando i pedoni sbraitano a un’auto che non rispetta le strisce, salvo poi fare lo stesso quando entrano in macchina imprecando contro i pedoni.
Avrei sempre voglia di chiedere a ogni insegnante che frigna lamentandosi dei suoi allievi come vanno i suoi figli a scuola.
E ai genitori che imprecano contro i prof per ingiustizie inenarrabili nei confronti dei loro figli vorrei chiedere qualcosa di più sulla loro vita familiare, vorrei sapere quanto si confrontano davvero con i ragazzi o se piuttosto si limitino a timbrare ogni giorno il cartellino dei “Hai fatto i compiti? Questa casa non è un albergo!” eccetera.
E vorrei anche indagare meglio su quel senso di delega tout-court che i genitori assegnano alla scuola, salvo poi censurarne a suon di critiche e proteste i comportamenti, le strutture, le professionalità.
È il Triangolo Scolastico, quel turbine di interazioni reciproche, spesso violentissime, fra i tre punti nodali; è il fulcro multiposizionale che tiene continuamente in equilibrio un oggetto troppo pesante su un piccolissimo perno, con continui aggiustamenti, brusche correzioni, tutto per tenerlo, per quanto più possibile, fermo. I tre vertici sono ovviamente paritetici – anche troppo - eppure, in questo triangolo, c’è un vertice speciale, che non è discutibile, che non accetta mediazioni, un vertice che è inizio e fine della missione scolastica, anzi dirò della missione sociale. Il vertice è ovviamente quello degli aluni, che sono – per dirla moderna – i consumatori finali della Scuola, i clienti insomma. E a questi senz’altro la scuola deve rivolgersi non in senso pietoso e accomodante, con la serie di semplificazioni, agevolazioni, imboccamenti e facilitazioni di cui questa rivoluzione tecnologica sembra essere solo la copertura per celare ben altre magagne e mancanze. Bensì gli alunni, in quanto destinatari della nostra azione di insegnanti e/o di genitori, semplicemente si sono guadagnati l’aggettivo di “invariante”, o “invariabile”: cioè non si può pensare di cambiare i ragazzi con i metodi, né di poter accomodare con delle toppe quello che altrove è stato già violentemente strappato e sfilacciato.
Dunque a loro dobbiamo guardare, pensare e mirare, senza quel piagnisteo continuo che molti insegnanti – un po’ stanchi? – blaterano a ogni pié sospinto lamentandosi degli strani comportamenti (soprattutto quelli da “nativi”!) e attitudini dei loro allievi. A volte chiedo loro, provocatoriamente, se secondo loro un macellaio si lamenta della puzza di carne morta, o se un falegname impreca contro la segatura, o se un fioraio si duole del polline dei fiori. Più provocatoriamente: “perché insegni?”.


07 La situazione italiana


Parlar male della Scuola Italiana è davvero troppo facile e poco divertente. Piuttosto, in un momento così grave per la Scuola e per la Società intera, è un piacere scoprire che all’interno del corpo insegnante, ma anche fra i funzionari e i legislatori, il dibattito sulle soluzioni ai problemi è molto fitto, le posizioni sono – come sempre in Italia – molto lontane e molto energiche, e anche la sociologia della cosiddetta media education ha in Italia fior di studiosi e di appassionati. Fra i docenti per fortuna aumentano – lentamente! - i giovani, e così fra tante chiacchiere altisonanti, molti docenti fanno silenziosamente e faticosamente i loro gruppi Whatsapp con le loro classi, i blog dove postare gli esercizi, i gruppi Facebook su temi didattici e tecnici. Ci sono eccellenti esperienze on-line sia di singoli insegnanti che di gruppi; l’ultimo aggiornamento che mi pare utile segnalare è che si sta organizzando una “versione” italiana di EdModo.com, l’equivalente di Facebook per la scuola (chi arriverà prima al dominio della prossima e-school?, l’Open Source e gli insegnanti auto-organizzati oppure gli enormi Google & C. che già stanno regalando software alle scuole affinché si integrino nel gran calderone?). E anche in Italia ci sono tanti accesissimi sostenitori della spinta tecnologica alla didattica; scelgo fra questi di nuovo il prof. Paolo Maria Ferri, perché credo che in poche parole ci dia modo di capire cosa c’è in questa rivoluzione di tanto eccitante ed abbagliante da abdicare a qualsiasi forma di umanesimo nel nome di una - quasi marinettiana - fiducia sconfinata nel futuro. Al contempo, le sue cristalline convinzioni mi danno modo di mettere più in ordine tutte le mie obiezioni a riguardo!


Uno dei temi preferiti dai “futuristi” è l’eterogeneità che esisterebbe fra il mondo scolastico e il mondo in cui il ragazzo si trova effettivamente a vivere: “Il bambino (…) per andare a scuola, compie un viaggio nel tempo. Che è un po’ quello che è successo a noi quando abbiamo dovuto traghettare i nostri saperi e le nostre conoscenze dalla carta all’ambiente digitale. Questo viaggio del bambino è chiaramente un viaggio nel tempo.”
Benissimo: dunque come può un “immigrato” che ha avuto problemi a passare dalla carta al digitale aggiornarsi al punto tale da tenere il passo con gli scatenati e digitalissimi allievi? Non sarà che tutto questo gran problema di adattamento alle nuove didattiche e ai nuovi giovani sia in definitiva solo un problema di questa generazione di docenti, e quindi – in definitiva – assolutamente trascurabile rispetto al fatto che fra pochi anni il problema non esisterà più, e che invece ne esistono – di problemi – di molto più grandi e urgenti?


Ferri: “Noi abbiamo celebrato l’altro giorno il crollo del Muro di Berlino. Beh! Grossomodo è come se mio figlio dal 2009 si recasse a Berlino Est nel 1989. Nel senso che l’isomorfia tra i sistemi di rappresentazione del mondo col quale lui è a contatto, tra i sistemi di rappresentazione della conoscenza che mio figlio esperisce quotidianamente a casa non c’è più quando lui si reca in un’aula. Questo ha delle conseguenze rilevantissime”.
Assolutamente vero esimio professore ma, obietto, le conseguenze a cui si riferisce sono tutte positive per l’allievo! Capirei l’obiezione se si parlasse di una scuola Steineriana a Scampia, o di una scuola cattolica in Cina, ma mi duole constatare che – soprattutto nell’attuale frangente storico e socio-culturale in cui si trova l’Italia – è assolutamente positivo il fatto che la Scuola possa rappresentare oggi qualcosa di diverso dall’intricatissimo mondo esterno, e perché no anche di protettivo ma nel senso sociale del termine, e non didattico (“semplifichiamo”, “coloriamo”, “illuminiamo”, “usiamo le tecniche dello spettacolo, del videogame…”). Viva invece LA Scuola diversa, onorata e onorabile, “strana” perché latrice di tutto ciò che fuori si perde nella confusione! Viva una Scuola che fa trovare i ragazzi di fronte a qualcosa di strano, che forse non avranno mai più come l’oralità, il contatto fisico, la condivisione dello spazio (reale!), l’ammirazione e il rispetto non per l'insegnante per quello che sa e per quello che rappresenta!


Ancora Ferri: “Quello che dobbiamo fare è cominciare a tenere conto del fatto che per quelli che possiamo definire oggi “nativi digitali” alcuni strumenti che noi usiamo nel nostro lavoro, come la lezione frontale, stanno perdendo rilievo, perché l’apprendimento per assorbimento nei nativi digitali è qualcosa di molto meno consueto di quanto non lo sia l’apprendimento per ricerca, esplorazione e gioco.” Vero, ma cosa c’entra tutto ciò con la tecnologia? La Didattica della Ricerca esiste da decenni, e sappiamo benissimo che ogni alunno è un mondo nel quale l’insegnante deve giocoforza entrare e accomodarsi senza far troppo rumore, ma per far questo serviva la Rivoluzione Digitale?


Sarò deviato dalla mia materia, la matematica, ma la cosiddetta laboratorialità, la possibilità di applicare i ragazzi su problemi reali e farli lavorare secondo le linee del Recupero del Significato (vedi) o dell’approccio Affettivo (vedi), non è nata con il computer, né ne ha bisogno per svilupparsi. Si può lavorare tutti insieme con lavagna, penna e carta intorno a quesiti e operazioni (anche con il computer) che sviluppino le loro capacità di Problem Solving. Nessun dubbio sulle possibilità di farlo in modo iper-migliore con le NT, ma intanto gli insegnanti sanno farlo? Intendo dire con carta e penna: sono capaci di instaurare un rapporto affettivo che supporti il dialogo e la ricerca collettiva? Hanno i tempi, i modi, l’autonomia per svolgere un programma in questo modo, o devono piuttosto districarsi fra ore di 45 minuti, strutture fatiscenti e realtà sociali al limite del sopportabile?


Una sconclusionata e disordinata “corsa al tablet”, questa è l’idea italiana della Scuola 2.0, esempio classico il Registro Elettronico. Siamo talmente indietro rispetto al resto del mondo occidentale, che già nei primi paesi che affrontarono in modo più razionale e intelligente le nuove sfide si alzano voci critiche, si modificano alcuni aspetti della didattica 2.0 ritenuti troppo radicali, si reinseriscono metodologie e tipologie di materiali didattici troppo velocemente accantonate, si lavora sugli arredi, sulla formazione dei docenti, sull’idea stessa di scuola. Ci si è accorti che questa corsa sfrenata rischia di proporre ai giovani solo identità culturali in stile talent, sempre con quel “You” davanti e mai con “We”, o “Us”. Nelle scuole elementari norvegesi insegneranno agli scolari secondo le metodologie dei libri di testo russi, che si sono rivelate le migliori dopo una ricerca dell'Università norvegese di Stavanger sugli studenti che hanno studiato secondo la metodica russa. Secondo la ricerca la metodica russa si distingue per diversi compiti da quella norvegese e contribuisce ad un migliore sviluppo delle capacità di osservazione e analisi, utilizzando forme grafiche e tipologie di contenuti che sui piccoli allievi hanno infinitamente più successo di qualunque touchscreen.
Gli USA hanno invece scoperto la didattica della matematica delle scuole di Singapore, che lascia molto più spazio al ragionamento e alla deduzione. Senza tablet. Proprio dagli USA è tornato l’insegnante Corrado Poli, e da quanto è rimasto sconvolto ci ha scritto un libro, Rivoluzione a scuola. Come rendere felici e migliori insegnanti e allievi. Le differenze e le criticità che stigmatizza Poli non hanno niente a che vedere con la tecnologia o con l’informatica, bensì “con la rassegnazione dei colleghi docenti in fila per la firma di un contratto da precari e il degrado dell’edificio-capannone dove tutti si trovano ammassati, in un’afosa mattina di fine agosto (…) L’utilizzo di edifici più accoglienti e sicuri, l’abolizione delleclassi fisse, la riduzione dell’orario di lezione frontale e la proposta di un numero maggiore di attività extra-scolastiche (…) una professione che elevi l’insegnante da strumento audiovisivo a persona che porta qualcosa di sé nell’attività che svolge”. Come afferma il professor Gaetano Domenici, Università di Roma Tre: “la crescita della complessità delle ‘società tecnologicamente avanzate’ – o ‘dell’informazione’ – ha causato una diminuzione del grado di stabilità e d’impiego dei saperi trasmessi dalla scuola, ed ha accentuato il fenomeno di spaesamento che colpisce soprattutto chi è privo di quella cultura di base ormai necessaria per comprendere e partecipare consapevolmente al governo del cambiamento, sempre più rapido e continuo”.


06 Scuole e scuole


Guai a focalizzarsi soltanto sugli strumenti», avverte la professoressa Dianora Bardi, che insegna italiano e latino in un Liceo e si occupa di formazione su incarico del Ministero dell'Istruzioni. “Prima s’è fatto un gran parlare delle tecnologie, ora si parla di arredi 3.0. Il punto però è un altro:bisogna aiutare i docenti a trovare nuovi linguaggi con cui comunicare coi giovani, ai quali noi insegnanti dobbiamo rivolgerci con umiltà, scendendo dalla cattedra. Dobbiamo offrire modalità e occasioni che permettano loro di personalizzare l’apprendimento, di esprimersi liberamente, di gestire la conoscenza. Nella mia classe ho abolito persino il lavoro di gruppo perché ho capito, osservando i ragazzi e parlando con loro, che anche il lavoro di gruppo e i banchi a isola vengono vissuti come un’ulteriore suddivisione del lavoro. Allora ho cominciato a smantellare i gruppi e a mettere da parte anche i banchi: i ragazzi si sistemano come vogliono all’interno della classe, anche seduti per terra, poco importa. Io assegno loro un lavoro, do alcune indicazioni e sto lì con loro. Dopo un’ora di lavoro autonomo, facciamo il punto tutti assieme.” Di quanta tecnologia ha parlato in questo esempio la prof Bardi? Quanti soldi, quanti investimenti, quanti pc e quanti tablet servono per fare ciò che si propone in questo estratto? Praticamente zero. Certo, tutto sarà ancora più cool quando i ragazzi potranno aggiungere le meraviglie della web conference e dell’ipertesto a questo contesto, ma investimenti – veri! – nelle strutture. Scuole e scuole, insegnanti e insegnanti.
Arturo Marcello Allega su educationduepuntozero.it: “…(nella nuova scuola digitale) la valutazione non è più un’azione uno-a-uno, dell’uno verso i molti. La valutazione del percorso e del risultato è frutto di una collaborazione di tutti e a tutti visibile. La diversità nasce dalla scelta che si evolve autonomamente e liberamente lungo coordinate che definiscono la “persona competente” con unicità intrinsecamente rappresentate nel (e dal) suo percorso. Quindi la valutazione può essere collegiale con una sorta di assegnazioni al merito di ognuno fatta da una valutazione di percorso e di risultato, in parte generata da un “indice di gradimento” e dall’altra da un “indice di apprendimento disciplinare”. La valutazione disciplinare del docente si potrà infine confrontare con la valutazione del cloud.” Di nuovo provoco: servono teconologie avanzatissime per far questo? Non si parla di presupposti già oggi richiesti a un docente? E se non è così, dandogli un tablet in mano e una LIM in classe questi si trasformano? Nelle mie classi, da sempre, discuto i voti con gli alunni, chiedo suggerimenti e proposte, e infine valutiamo e decidiamo tutti insieme (ovviamente sotto la mia guida). Senza computer.
La Scuola non può tutta affannarsi a mediare contenuti alti attraverso media bassi. Che si confini il dibattito dove si elabora la pedagogia, e che si pensi invece a esternare in pubblico che – almeno alla Scuola italiana – servono muri che non crollino, stipendi meno ridicoli, revisione dei programmi ministeriali, ampliamento dell’offerta pomeridiana, perché questi sono i temi che miglioreranno davvero la Scuola, e poi in seguito saranno necessari semplicemente buoni maestri. Maestri che evitino gli eccessi di entrambe le vie, quella che vuole preservare la tradizione umanista e Scolastica, e quella dell’insegnante super-moderno, che spinge la figura di insegante in un campo quasi meramente tecnico. Maestri – anche - di un nuovo campo disciplinare, una nuova Educazione (civica) Digitale (al momento siamo sprovvisti di definizioni davvero nuove e stabili di “società digitali”, figuriamoci quanto siamo lontani da una Costituzione del Mondo Digitale che possa costituire il corpus di studio per una simile disciplina). Quindi, nel frattempo, si lasci separata l’istruzione dalla produzione, si superi questa incestuosa miscela depurandone i singoli elementi, e magari – sarà mai possibile? – una più serena, sana e affidabile Scuola saprà rispondere quando necessario anche ai richiami isterici delle aziende in crisi e delle società allo sbando.

05 Una visione più equilibrata della missione scolastica


Dunque una scuola che prepari all'utilizzo dei social media, che alleni alla concentrazione e all'individuazione di obiettivi precisi, che insegni i trucchi, le trappole, le vie secondarie di un mondo che di sicuro è a esclusivo accesso dei nostri alunni e non più nostro, e tuttavia di un mondo che non può che svolgersi secondo direttrici che sono già ben note a noi anziani, o “immigrati”, e che quindi devono fondare in quella materia Umana su cui tutti i cambiamenti e le rivoluzioni hanno già fondato in passato, non si capisce perché questa volta dovrebbe essere diverso.
Qui Howard Rheingold, critico letterario, sociologo e saggista statunitense, specializzato sulle implicazioni culturali, sociali e politiche dei nuovi media, secondo me cade in un errore “storico” che per un europeo sarebbe imperdonabile: egli sostiene che il mondo cambia, e con esso cambiano i pericoli e le sfide che ci si parano di fronte. “I nostri nonni”, afferma, “non avevano da porre attenzione al traffico, abilità che invece oggi è necessaria a tutti”. Innanzitutto, ecco di nuovo un errore di traiettoria che secondo me è fondamentale, cioè continuare a non porsi il problema di come estendere alle fasce più deboli tutta questa abbondanza di abilità e capacità: non ritengo sia accettabile concentrare la maggior parte degli sforzi sullo sfruttamento massimo del nascente sistema uomo-macchina (ormai non più esclusiva occidentale), tematica assolutamente determinante per il futuro dell'uomo, ma che viene poi posta in modo del tutto coercitiva affianco a quella della formazione e della crescita culturale delle nuove generazioni, diventandone - per forza di cose - maggiorente. Continuo a credere a una funzione terza, indipendente del sistema formativo.
In secondo luogo, Rheingold forse dimentica che i nostri nonni (europei) hanno avuto ben altre e per tanti versi maggiori preoccupazioni e pericoli durante la loro vita rispetto ai nostri tempi. E prima di loro le generazioni precedenti avevano problemi ancora diversi, situazioni in cui applicare, a loro modo, le proprie capacità di problem solving. Ovviamente i problemi erano numericamente inferiori, ma di sicuro enormemente più grandi e gravosi (scappare dalla peste, affrontare una belva, evitare la gogna, sopravvivere in guerra,..). Nessun dubbio che l'ampliamento del numero dei problemi abbia sviluppato nel tempo il cervello umano fino allo stadio attuale, ma - come mi sto chiedendo dall'inizio - non sono convinto che la quantità faccia qualità.


04 Entrare insieme nei social media


Per cercare di chiudere il gap con i nostri ipermoderni allievi, bisogna necessariamente entrare nella loro sfera CON i loro strumenti, e non ostinarsi a voler entrare NEI loro strumenti, perché non ce lo permetteranno mai (vivaddio!). Poiché è ormai assodato che l’istruzione formale è il mostro da combattere, è il vecchiume che avanza, è la conservazione illuminista, diventa molto difficile ridare all’istruzione quella priorità che merita nella vita di un nativo (ma tanto gli stessi rottamatori continuano a immaginare questa destrutturazione della scuola, un’istruzione diffusa, una decentralizzazione del core formativo verso una periferia invisibile e grigia, tutte cose nascoste sotto termini tipo “longlife learning”, “formazione diffusa”, ecc…). 

Il mondo virtuale per i nativi, dice Ferri citando Pierre Levy, “è un’estensione naturale del mondo reale” nel quale essi vivono, e che “i nativi digitali crescono, apprendono, comunicano e socializzano all’interno di questo nuovo ecosistema mediale, vivono nei media digitali, non li utilizzano semplicemente come strumento di produttività individuale e di svago, sono in simbiosi strutturale con essi”. E dunque se questo è vero i docenti devono imparare a insegnare (!) le stesse cose ma attraverso i nuovi recettori sviluppati dai nativi, ma non per questo devono modificare i contenuti o lo spessore del curricolo scolastico. 

Anche di più: dopo aver concordato su un affidabile e sostenibile centro gravitazionale dell’educazione scolastica, il loro compito deve essere quello di trasferire tale centro nel rapporto con gli allievi, nativi o meno che siano, tenendo comunque in conto che un tale lavoro di sussunzione (per dirla con un termine desueto!) non solo è necessario, ma è obbligatorio già da un bel po’, e che la sua urgenza prescinde qualunque smania di informatizzazione o di semplificazione che la si numeri 2.0, 3.0 o 10.0.


03 Focus, Attenzione, Multitasking


Paola entra nel mio ufficio con in mano una pila di libri di matematica, che già da qui vedo praticamente intonsi, sebbene sia ormai Aprile. Sua madre, mia fraterna amica, mi ha pregato di darle una mano per cercare di evitare una bocciatura ormai quasi scontata. Non ha ancora posato i libri che avvolge col braccio sinistro, che con la mano destra sguaina un cellulare da 5 pollici che cinguetta di notifiche - che evidentemente non possono aspettare - e risponde a razzo a un paio di richieste e di messaggi, probabilmente inerenti la fine del mondo, o altro tema di pari importanza. Mi saluta, ma mi devo far bastare una manciata di decimi di secondo di sguardi, perché gli altri sono destinati al «cellu». A dire la verità, pur utilizzando il T9 su un touchscreen a velocità stratosferica, riesce a completare alcune parole anche senza guardare, dato che si è accorta che un minimo di attenzione mi spetta. Questo continua anche quando iniziamo a parlare di Matematica, per cui dopo pochi minuti sono costretto al solito editto bulgaro da immigrato digitale: «via il cellulare per favore!».

Su questo punto noi “immigrati“ digitali siamo assolutamente perdenti, noi che prendevamo le bacchettate dalla maestra. Non riusciamo minimamente a immaginare come si possa “porre attenzione“ a una cosa mentre se ne fa un'altra, per giunta coinvolgente come la messaggistica online. Ne facciamo un punto di educazione civica, consideriamo irrispettoso rivolgersi a una persona distrattamente mentre si dialoga (in questo caso virtualmente) con un'altra, o con dieci altre. E inoltre siamo convinti, noi immigrati, che non si potrà mai approfondire bene una delle conversazioni, perché sarà obbligatorio mantenere una certa «superficialità» se si vuole restare vigili su ognuno dei «task», siano esse conversazioni, o giochi, o programmi di studio o lavoro. Ebbene posso affermare con assoluta certezza che non c'è nessuna speranza di ovviare a questo problema, perché l'iperstimolazione, a detta degli stessi adolescenti intervistati, è intossicante: “Ti senti alla grande, sei sempre al centro dell'attenzione” dice un quindicenne agli autori di Digital Youth: the role of Media in Development (Springer, 2011).


L'accoppiata è perfetta: un adolescente che richiede continua stimolazione, meglio se più stimolazioni che si sommano e si alternano in parallelo, e la tecnologia corre sempre più onnivora verso il calcolo e la gestione parallela dei task, laddove il singolo task è quel thread infinito che, appunto, un adolescente in crescita riesce continuamente ad alimentare con le sue interazioni al limite dell'ossessivo. Ecco dunque l'apoteosi del multitasking affettivo, dell'auto-gratificazione compulsiva attraverso stimoli che in fin dei conti semplificano, “pillolizzano” il piacere. Non vorrei apparire blasfemo nel ricordare che è stato dimostrato sperimentalmente che dando a un ratto il modo di procurarsi piacere con delle somministrazioni di stimolatori chimici del piacere attivate da una levetta, il povero ratto muore di fame perché continua ininterrottamente ad azionare la levetta in un loop di libidine senza fine (anzi, con una ben drammatica fine!). Il neuroscienziato tedesco Manfred Spitzer la chiama digital dementia, e i richiami all'eccessiva superficialità di queste tipologie di contatti sociali risuonano ormai da molte parti.
Venendo alla nostra discussione, non è ancora chiaro e condiviso da tutti quanto e come questa “nuova capacità” dei ragazzi sia produttiva e quindi da supportare e sviluppare o invece da controllare. E, come abbiamo premesso all'inizio della discussione, non è chiaro se la “dementia” sta nell'usare male un senso (vogliamo chiamarlo multiattenzione?) che l'essere umano ha sempre posseduto, o se sono piuttosto le NT a promuoverne lo sviluppo, come sostiene Prensky.


Sono disponibile a considerare che la capacità di multitasking del cervello umano, l'abilità di passare rapidamente da un compito a un altro, sia innata, e che solo la sua stimolazione la renda più viva e riconoscibile nei comportamenti dei giovani. Ma anche facendo questa scommessa in un campo a me sconosciuto, quello del cognitivismo evolutivo, mi sento più vicino alle affermazioni del cognitivista Nicholas Carr che afferma (“The Shallows: What the Internet is doing to our brains?” - W. W. Norton & Company, 2010) che “il problema non è quello che fanno i ragazzi in rete, ma è la massa di stimolazioni e di informazioni che li invadono in ogni momento. Il nostro cervello cambia e prende forma nei primi venti anni di vita, per costruire quella circuiteria fondamentale che ci porteremo appresso per tutta la vita, ecco che questi comportamenti hanno effetti molto più forti sulle giovani generazioni”. Bingo. Come si può affannosamente rincorrere dei cervelli che con velocità mirabolanti si adattano ai cambiamenti in modo quasi etereo, informe, senza preoccuparsi appunto di “formare”, di localizzare, formalizzare e trasmettere alle nuove generazioni le caratteristiche del un nucleo più denso di abilità di base, di capacità dialettiche, di idee fondamentali del calcolo della “carrozzeria” di quel veicolo chiamato Uomo?
Jordan Grafman, neuroscienziato cognitivista presso l'Istituto di Sanità degli USA: “il multitasking mentale non esiste: gli esseri umani possono porre attenzione solo a una cosa per volta; al massimo possono switchare rapidamente fra vari task, ma a caro prezzo, perché il cambio di attività spesso ci costa più sforzo mentale dell'attività stessa. E' vero che così stiamo formando in nuovi cervelli a gestire più rapidamente attività differenti, ma è altresì vero che i processi mentali delegati al pensiero profondo e alle decisioni vengono via via sempre meno esercitati e quindi sviluppati”.

Solo paure e paranoie? Prensky, seppure dopo aver dovuto correggere alcune sue esagerazioni in seguito al prolifico dibattito seguito alle sue prime pubblicazioni, dice di si. In definitiva, Prensky ritiene di essere agli albori di una nuova Etica Digitale, nascente dall'inarrestabile potenziamento mentale permesso dalle macchine. Una nuova etica che in quanto tale sta riscrivendo le definizioni di Saggezza, Cultura, Stupidità, Intelligenza. Indubbiamente sembrerebbe la suggestione più ovvia: è scientificamente dimostrato dalle neuroscienze che qualunque evento che ci capita modifica strutturalmente (cioè fisicamente) il nostro cervello, instaurando nuove connessioni, creando corto-circuiti, variando la solidità e la priorità delle connessioni stesse. Dice lo psicologo Peter Etchells: “Qualunque neuroscienziato o psicologo sa che tutto, qualsiasi cosa modifica il nostro cervello, è la base del nostro apprendimento. Dire che usare Facebook sta modificando il nostro cervello non è interessante, né sconvolgente. Il punto è andare oltre questa argomentazione e chiederci invece cosa sta succedendo, e analizzarlo in positivo o in negativo”.

A dire il vero, a questa ammorbidita visione prenskyana, supportata dall'evidenza empirica che così semplicemente ci salta agli occhi raccontandoci questo splendido e Homo Digitalis dotato di una nuova e luccicante augmented mind che tutto vede, controlla e manipola grazie alle NT, a questo coro che si alza in supporto di qualunque cosa sia 2.0, o 3.0, a questa abdicazione quasi lasciva a un destino ritenuto ineffabile, ebbene un po' sono tentato di abbandonarmi anch'io, rispolverando un po' dell'ottimismo cyberpunk dei miei anni '90. In fin dei conti, sono parecchie - e comodamente condivisibili - le valutazioni positive di questa mutazione. Mizuko Ito, antropologa californiana: “I giovani devono adattarsi fin da subito a una realtà fatta di continue distrazioni, e quindi hanno autonomamente sviluppato strategie per conviverci”. Rebecca Eynon, ricercatrice all'Università di Oxford: “Stanno solo sviluppando le loro tecniche, tante nuove tecniche. Sanno bene cosa gli sta accadendo, (...) sono flessibili nell'adattare e mischiare insieme cose diverse per ottenere ciò di cui hanno bisogno”. Nicola Yuill, capo di un progetto di ricerca in campo psicologico sul rapporto fra tecnologia e adolescenti: “La gente si spaventa del fatto che i ragazzi sembrino dipendenti, tossici, che non riescano a evitare di distrarsi. Finiremo per imporre queste preoccupazioni ai ragazzi, quando essi in effetti stanno sviluppando opportune strategie”. Strategie? Flessibilità? Stiamo parlando di ragazzi o di operai?
Ancora, Jonathan Grudin, Microsoft Research: “Le capacità essenziali nel 2020 saranno la capacità di ricercare rapidamente, sfogliare, definire il livello qualitativo di grandi masse di informazioni, e sintetizzarle per poi processarle in tempi rapidi”. Prensky, per tornare a parlare di scuola: “i docenti dovrebbero imparare a comunicare nel linguaggio, nei modi e nello stile dei loro studenti, acquisire un ritmo più veloce, fare uso di più argomentazioni, adottare il linguaggio dei videoclip e della pubblicità, quando non addirittura del videogioco”. Eh no! Ma sarà mica il caso di preparare questi ragazzi a qualcos'altro o quantomeno anche a qualcos'altro, oltre ad affrontare - essenzialmente - le nuove modalità di produzione?


Ripeto ancora che non mi sogno neanche lontanamente di limitare, stoppare o arginare queste storiche trasformazioni antropologiche, ma alcune cose sono evidenti, e non trascurabili: più tasks si hanno aperti, più (lo insegna l’informatica) le operazioni dovranno essere semplici, poco impegnative e senza spazio per gli approfondimenti. Si parla di questo, e non di aver paura di chissà quali strane malattie che affliggerebbero i nativi; si parla della preoccupazione politica di chi nota che i ragazzi hanno sempre meno tempo, e meno allenamento mentale, per poter affrontare un testo lungo, una lettura impegnativa. Senza voler per forza affermare che questo sta creando scompiglio o tragedia, sventolando a tutti i costi la supremazia di un filmato di YouTube sull’Ulisse di Joyce mi limito a sottolineare che la Scuola così facendo mutua dalla Società i suoi peggiori malversamenti: dopo aver ascoltato – senza peraltro prendere granché provvedimento – le urla di lamento delle donne del nostro tempo, che più di chiunque altro stanno pagando il dazio alla modernità con un processo di spersonalizzazione e di de-sensibilizzazione che sta modificando radicalmente i ritmi di vita delle mamme e delle casalinghe per colpa dei ritmi insensati di vita sociale e di lavoro, vogliamo forse costruire lo stesso dramma per i nostri ragazzi?


E' così evidente il tipo di umanità di cui ha bisogno il mondo produttivo da risultare quasi imbarazzante nelle parole di Grudin: “L'abilità di saper leggere un testo e ragionare intensamente su esso per ore non sarà dunque del tutto inutile, ma avrà molto meno importanza per alcuni che per altri”. Ma va'? Quindi tutta la storiella sull'incremento delle intelligenze e delle capacità, il sogno di democratizzazione e di estensione delle potenzialità umane, del miglioramento della qualità di vita e del livello culturale delle persone, della loro capacità di interagire con il mondo che le circonda...? Tutte storie, appunto. Ciò che preme a lor signori è che il più rapidamente possibile si impari a coesistere col nuovo mondo, che si sviluppino strategie mirate a conciliare - ancora di più! - la propria vita essenzialmente umana con quella sociale/lavorativa/attiva. Bisognerebbe invece lavorare perché le NT portino il libro a tutti, e non solo a quelli che - da strati più alti - manterranno la necessità di approfondire e meditare un testo. Bisogna in ogni modo cercare di “mettere in pausa” questa nostra corsa impazzita verso un progresso irriconoscibile e irriconosciuto, per attendere quelli che sono rimasti indietro e cercare di riprendere un cammino comune. E' esattamente come continuare a concentrare immani sforzi sull'innovazione - ad esempio - dei lettori mp3, preoccupandosi poco o nulla della scarsissima qualità musicale che con quei lettori viene spacciata.


Per riprendere l'esempio di Grudin, si da' per scontato che le differenze fra gli accessi e fra i livelli di estensione mentale resteranno, anzi implicitamente le si proietta anche come maggiori di oggi. E dunque come ci si prepara per affrontarle (sfruttarle?) al meglio. Un'istruzione a scopo, un'educazione che, di fronte al suo fallimento, non può far altro che prendere la faccia di un videogioco per sperare di ingannare - cerebralmente - gli alunni e fargli digerire le abilità ritenute fondamentali. Una sorta di continua caserma di addestramento, per affrontare le sfide sempre più terribili che la società ci pone di fronte e le richieste sempre più inesigibili, tanto è vero che le svolgerà una macchina, e non un essere umano! Una scuola dunque sempre più asservita e piegata alla funzione di mera produttrice di classi lavoratrici, e non già una Scuola che risponda prima alle domande perché? e cosa?, invece che rispondere sempre alla domanda come?.


Paolo Maria Ferri, docente presso l’Università Bicocca di Milano e noto osservatore del mondo dei Nativi Digitali: ”Lo stesso Howard Gardner, grande studioso dell’intelligenza e teorico delle intelligenze multiple, in un  paper del 2003 ipotizza l’esistenza di questo tipo di intelligenza tecnologica (Gardner, 2003).” Ok, ma vorrei solo poter continuare a insegnare ai ragazzi cosa è un Uomo, non è mica detto che si debbano formare e istruire solo piloti d’aereo con super-intelligenze spazio-visuali e super-aumentate; lo stesso Gardner, qui tirato un po’ troppo per la giacchetta da Ferri,ha sempre sottolineato nella sua teorizzazione delle Intelligenze Multiple, che le Intelligenze sono equivalenti, e equi-importanti. Quindi se l’incremento, l’augmentazione è davvero possibile, resterebbe da capire in che modo le NT aiutano tutte le altre intelligenze elencate da Gardner (intrapersonale, interpersonale, deduttiva, ecc…). Sta nascendo una nuova Intelligenza Digitale? Benissimo. Possiamo valutarla insieme alle altre evitando di cestinarle perché obsolete e quindi selezionare i migliori in ogni Intelligenza, no?


02 Generazione Zero History


Una rivoluzione antropologica come quella che stiamo osservando comporta un azzeramento totale del background storico, del tessuto sociale (e dunque scolare) che per tradizione ha sempre accompagnato, direi coccolato, lo sviluppo del giovane cittadino. Qualcosa del tipo “Generazione X” di quarant’anni fa. Una cosa che segnalo spesso è che la stessa malattia (la chiamerò “Zero History”) affligge tutte le classi sociali, e tutti i tipi di allievi: per spiegare in qualche modo il panorama delle sensibilità che si incontrano in una classe di adolescenti, dirò che si va sostanzialmente da “apatia” a “bronx”. O ti trovi in una classe terza-quarta di un Liceo pieno zeppo di “buone famiglie” dove i ragazzi proprio perché mediamente più capaci o semplicemente più allenati allo studio, sono spesso talmente scollati dall’attività scolastica, perennemente immersi nel loro mondo così tanto più stimolante, da vivere un tangibile “complesso di superiorità” rispetto a un’istituzione che si pone loro davanti in modo così goffo e impreparato. 
 
Oppure finisci in un Professionale dove già in classe prima o seconda devi affrontare il problema della droga, di bulli alti il doppio di te che terrorizzano allievi e docenti, di situazioni familiari al limite del sopportabile, di un livello di alfabetizzazione e di scolarizzazione sempre più imbarazzante (ricordiamo che in Italia le Scuole Medie vivono ancora il feeling – forse solo un pelino datato? – di una pulsione generalista e mediocratica della Scuola che ha coniato ormai quasi quarant’anni fa il termine “inclusiva” per intendere una Scuola Media che dovesse “prendere su un po’ tutto e mandare avanti” senza fare troppe storie, rispondendo così al problema dell’abbandono e rimandando i temi didattici alle superiori).


01 Prensky, Alunni Nativi e Insegnanti Immigrati


Essere nativi digitali vuol dire essere nati nell’epoca digitale, ma anche no, visto che sul termine, coniato da Marc Prensky, esperto planetario di apprendimento e tecnologie connesse, ideatore dei termini “nativo digitale” e “immigrato digitale” (ultimo libro: Brain Gain, Technology and the Quest for Digital Wisdom, versione italiana: La Mente Aumentata, dai nativi digitali alla saggezza digitale, Erickson 2013), c’è ancora ampia battaglia. E comunque vuol dire non sapere cos’è un telefono a disco, o una musicassetta. Vuol dire non avere il concetto di “enciclopedia”, un dispendio inutile di carta e spazio: quale adolescente del mondo sviluppato andrebbe oggi a cercare “entomologia” nel volume ELB-FRU della Treccani? Se proprio, caso incredibile, gli interessasse, il massimo di sforzo che deve fare è tirar fuori il palmare, cliccare sulla lente di ingrandimento e scrivere, nemmeno per intero perché c’è l’assistente di scrittura, “entomologia”. Un paio di secondi e la risposta è lì.
Nati fra i dati, in un mondo già completamente disponibile in quel rettangolone illuminato che hanno imparato a conoscere fin dal primo giorno di vita (che sia TV o computer qui poco importa). Nati alla finestra di una terrazza infinita, a-dimensionale, immensamente piena eppure immensamente famelica di nuovi contenuti, di altre foto, di nuove – sempre le stesse – emozioni e nuovi entusiasti, di nuove vite da inglobare e cristallizzare in un affresco frattale senza fine.

Mi permetto qui di dialogare un po’ con le idee di Prensky. Sono innumerevoli le suggestioni offerte dalla sua visione, laddove identifica le linee guida per la moderna saggezza, la “saggezza digitale” appunto, necessaria a sopravvivere nel nuovo mondo e nei nuovi mondi a venire, una “super-mente” espansa grazie alla tecnologia che spinge sempre più avanti il progresso umano. Va detto che la sua visione è pesantemente condizionata dalla polarizzazione in atto negli USA fra detrattori e sostenitori delle NT (Nuove Tecnologie) prese però tout court, indipendentemente dalla connessione all’istruzione o alla sanità o ad altro. Gli americani in maggioranza si sentono al momento molto minacciati dalle NT soprattutto per quanto riguarda un senso di “disumanizzazione” che pervade – secondo loro – gli scenari che oggi ci si parano di fronte. Vivono una sorta di resistenza al “mondo dei robot”, una paura non tanto luddista quanto umanista, nel senso più tradizionalista e conservatore del termine. Da qui la lotta del “modernista” Prensky nel cercare di dimostrare che le NT ci migliorano, ci trasformano in qualcosa di meglio, di destinato a un popolo, quello umano, che evolve la sua tecnica e la sua potenzialità di pensiero, anche, e soprattutto, grazie alle macchine.

Ci sono almeno due capisaldi nelle mie obiezioni al concetto prenskyano di “mente aumentata”.
Il primo: se tutto questo miglioramento, questa nuova umanità “digitalmente saggia” sarà indirizzata sempre solo ed esclusivamente alla produzione, per costruire una ricchezza sempre più esclusiva, incrementando sempre di più la differenza fra il Primo e gli Altri Mondi, ebbene si potrà parlare di Innovazione, ma ahimé ben poco di Miglioramento, o Progresso. Cos’è Progresso? Progredire, procedere nel senso di marcia. Cosa vorremmo che succedesse per affermare un giorno che “il Mondo è progredito, è andato AVANTI”? Verso dove? Rispetto a cosa? Con quale scopo, quale progetto collettivo? Si “procede” solo perché raddoppiano ogni giorno le capacità di memorizzazione e trasmissione dati, le velocità dei trasporti, delle comunicazioni, delle transazioni finanziarie… E’ solo dEssere nativi digitali vuol dire essere nati nell’epoca digitale, ma anche no, visto che sul termine, coniato da Marc Prensky, esperto planetario di apprendimento e tecnologie connesse, ideatore dei termini “nativo digitale” e “immigrato digitale” (ultimo libro: Brain Gain, Technology and the Quest for Digital Wisdom, versione italiana: La Mente Aumentata, dai nativi digitali alla saggezza digitale, Erickson 2013), c’è ancora ampia battaglia. E comunque vuol dire non sapere cos’è un telefono a disco, o una musicassetta. Vuol dire non avere il concetto di “enciclopedia”, un dispendio inutile di carta e spazio: quale adolescente del mondo sviluppato andrebbe oggi a cercare “entomologia” nel volume ELB-FRU della Treccani? Se proprio, caso incredibile, gli interessasse, il massimo di sforzo che deve fare è tirar fuori il palmare, cliccare sulla lente di ingrandimento e scrivere, nemmeno per intero perché c’è l’assistente di scrittura, “entomologia”. Un paio di secondi e la risposta è lì.
Nati fra i dati, in un mondo già completamente disponibile in quel rettangolone illuminato che hanno imparato a conoscere fin dal primo giorno di vita (che sia TV o computer qui poco importa). Nati alla finestra di una terrazza infinita, a-dimensionale, immensamente piena eppure immensamente famelica di nuovi contenuti, di altre foto, di nuove – sempre le stesse – emozioni e nuovi entusiasti, di nuove vite da inglobare e cristallizzare in un affresco frattale senza fine.


Mi permetto qui di dialogare un po’ con le idee di Prensky. Sono innumerevoli le suggestioni offerte dalla sua visione, laddove identifica le linee guida per la moderna saggezza, la “saggezza digitale” appunto, necessaria a sopravvivere nel nuovo mondo e nei nuovi mondi a venire, una “super-mente” espansa grazie alla tecnologia che spinge sempre più avanti il progresso umano. Va detto che la sua visione è pesantemente condizionata dalla polarizzazione in atto negli USA fra detrattori e sostenitori delle NT (Nuove Tecnologie) prese però tout court, indipendentemente dalla connessione all’istruzione o alla sanità o ad altro. Gli americani in maggioranza si sentono al momento molto minacciati dalle NT soprattutto per quanto riguarda un senso di “disumanizzazione” che pervade – secondo loro – gli scenari che oggi ci si parano di fronte. Vivono una sorta di resistenza al “mondo dei robot”, una paura non tanto luddista quanto umanista, nel senso più tradizionalista e conservatore del termine. Da qui la lotta del “modernista” Prensky nel cercare di dimostrare che le NT ci migliorano, ci trasformano in qualcosa di meglio, di destinato a un popolo, quello umano, che evolve la sua tecnica e la sua potenzialità di pensiero, anche, e soprattutto, grazie alle macchine.

Ci sono almeno due capisaldi nelle mie obiezioni al concetto prenskyano di “mente aumentata”.
Il primo: se tutto questo miglioramento, questa nuova umanità “digitalmente saggia” sarà indirizzata sempre solo ed esclusivamente alla produzione, per costruire una ricchezza sempre più esclusiva, incrementando sempre di più la differenza fra il Primo e gli Altri Mondi, ebbene si potrà parlare di Innovazione, ma ahimé ben poco di Miglioramento, o Progresso. Cos’è Progresso? Progredire, procedere nel senso di marcia. Cosa vorremmo che succedesse per affermare un giorno che “il Mondo è progredito, è andato AVANTI”? Verso dove? Rispetto a cosa? Con quale scopo, quale progetto collettivo? Si “procede” solo perché raddoppiano ogni giorno le capacità di memorizzazione e trasmissione dati, le velocità dei trasporti, delle comunicazioni, delle transazioni finanziarie… E’ solo dEssere nativi digitali vuol dire essere nati nell’epoca digitale, ma anche no, visto che sul termine, coniato da Marc Prensky, esperto planetario di apprendimento e tecnologie connesse, ideatore dei termini “nativo digitale” e “immigrato digitale” (ultimo libro: Brain Gain, Technology and the Quest for Digital Wisdom, versione italiana: La Mente Aumentata, dai nativi digitali alla saggezza digitale, Erickson 2013), c’è ancora ampia battaglia. E comunque vuol dire non sapere cos’è un telefono a disco, o una musicassetta. Vuol dire non avere il concetto di “enciclopedia”, un dispendio inutile di carta e spazio: quale adolescente del mondo sviluppato andrebbe oggi a cercare “entomologia” nel volume ELB-FRU della Treccani? Se proprio, caso incredibile, gli interessasse, il massimo di sforzo che deve fare è tirar fuori il palmare, cliccare sulla lente di ingrandimento e scrivere, nemmeno per intero perché c’è l’assistente di scrittura, “entomologia”. Un paio di secondi e la risposta è lì.
!!br0ken!!unque una questione di numeri, di valori assoluti sempre crescenti?
Mi dispiace non riuscire a seguire Prensky in questo commovente ottimismo, perché non posso fare a meno di ricordare che ogni innovazione costituisce per l’Uomo una possibilità di scelta, una selezione di indirizzo positivo o negativo, sia prima che dopo l’adozione della nuova tecnica. Inutile farne la lista, dalla lancia di selce alla bomba atomica. E dunque non riesco a vedere il parallelismo fra l’estensione della mente umana – innegabile, affascinante, ineluttabile – e un’idea di un progresso legato al “fare prima”, “fare meglio”, “fare di più”. La risposta che mi sento dare a queste obiezioni in genere è qualcosa del tipo “allora vuoi rinunciare alla lavatrice?”. Il punto non è la comodità della vita, piuttosto è l’accanimento e la concentrazione degli sforzi intorno al possesso – ad esempio – della lavatrice finché questo rimane un problema di un sesto, un quinto della popolazione mondiale. O per caso qualcuno di voi lettori pensa che il Mondo migliora perché i (sempre meno numerosi) viventi privilegiati della Terra utilizzano (sempre più) risorse, di cui parecchie in possesso dei (sempre più numerosi) meno privilegiati, migliorano la loro auto-referenziale esistenza? Dove inizia e dove finisce il nostro Mondo? A che distanza dal pianerottolo di casa?

La seconda obiezione: Prensky sottolinea come le NT stiano offrendo alla collettività la possibilità di una nuova modalità partecipativa “dal basso”, citando tutti i ben noti esempi di come grazie alle NT si possono migliorare le interazioni fra le componenti e gli strati della società, si può scrivere al proprio amministratore locale, si può sostenere la campagna elettorale del proprio candidato, si possono organizzare comitati e gruppi sia locali che globali sui temi e le problematiche più differenti e via via con tutta la sfilza di e-government, e-procurement, e-inclusion, e-qualsiasicosa. Obietto: tutto ciò è fantastico, esiste da un po’ e senz’altro crescerà ulteriormente nei suoi termini numerici, ma ciò che può migliorare la vita sociale degli individui e in generale le strutture organizzate delle nazioni (lascio spazio qui alla mia visione un po’ italiota della res publica fondamentalmente opposta a quella di Prensky) è che nonostante le mirabolanti vie applicative e tutte le migliori tecnologie gli amministratori non rubino poi i soldi pubblici, i funzionari facciano con onestà il loro lavoro, i cittadini e le componenti sociali tutte si comportino in modo solidale, socialmente positivo e proattivo. Prensky vuole suggerire o comunque augurarsi che attraverso l’evoluzione e l’ottimizzazione delle vie di contatto fra le parti sociali, queste ultime tendano così più volentieri o più rapidamente al bene comune? Possibilità eccitante, che tanti di noi abbiamo incorniciato sul finire degli anni '80 sperando di essere delle Cyber-Cassandre del Bene Sociale. Possibilità sulla quale però penso che l’ultimo ventennio italiano abbia detto l’ultima parola, cioè tesi (finora) non dimostrabile. Voglio dire che non saranno mai i nuovi media, o le NT, o le aule scolastiche con pareti LED, e tutte le reti e sottoreti derivanti a migliorare i contenuti di cotanti e cotali contenitori. Dentro questi, dentro le bellissime e luminescenti scatole, c’è qualcosa – anzi ci deve essere! - di molto più importante, qualcosa di determinante che solo in seconda battuta, appunto, determina il livello e lo spessore qualitativo e - se vogliamo – storico dell’intero sistema di connessioni e di strutture che chiedono di essere riempite e utilizzate.

Vale dunque la pena di cercare di comprendere quali nuovi sensi, quali “adattamenti” darwiniani stanno avvenendo nelle generazioni di nativi digitali, per comprendere come essi stanno interagendo col nuovo mondo che descrive Prensky. E in fondo tutta la mia piccola trattazione mira a chiedere – a voi, ma molto onestamente anche a me stesso – se ciò che stiamo in qualche modo guadagnando come esseri umani valga davvero la pena considerati i costi, cioè quello che come umani stiamo perdendo. Non è tanto la classica paura dei nordamericani che si vedono “derubati” di qualcosa (tipo la loro annosa protesta contro uno Stato cattivone che vuole togliere per legge i grassi insaturi caratteristici di tutto il junk-food che ingurgitano gli statunitensi) quanto un’onesta e stupita perplessità di fronte all’evidente cambiamento in atto. Mi interessa davvero comprendere in primo luogo quanto costa, per dirla in termini informatici, l’upgrade che l’uomo sta facendo a questa sorta di versione 2.0 del buon vecchio Homo Sapiens; voglio capire appunto i costi con cui si conduce quest’operazione, i tempi, voglio sapere chi la conduce e come è stato deciso che vada condotta nei termini finora elencati; ma soprattutto mi interessa capire chi è il committente dell’affare. Voglio capire se questa evoluzione è così inderogabile o se ce nerano altre possibili; vorrei comprendere, come dicevo prima, cui prodest, a chi giova. Non sono sicuro che questa sia l’unica via e l’unica serie di risultati ottenibili dall’uomo che ci possono far esclamare “ecco, stiamo progredendo!”. E dunque cosa accade ai ragazzi, ai nuovi virgulti dell’umana vite? Perché in classe non riesco a vedere altro che effetti negativi di questa mutazione? Sono solo sfortunato perché insegno in un ITI di periferia? Il fatto di inviare al gruppo WhatsUp della classe i compiti da svolgere a casa, non è una conquista nell’uso delle NT con i giovani, o un ammodernamento della mia tecnica didattica: è semplicemente l’unico modo che ho trovato per ricordare (un pelino in più che facendoglielo scrivere nel diario) ai ragazzi di svolgere quei due-tre esercizi durante il pomeriggio, sperando che li svolgano. È un piccolo avvicinamento alla loro dinamica comunicativa, ma non è un passo avanti né nella mia metodologia di insegnamento né nella loro capacità di apprendimento, anzi mi sembra semplicemente un utilizzo condiviso della NT preminente in questo momento per svolgere un obiettivo che mi sono preposto. Questo è insegnamento 2.0? Per questo serve aggiornare migliaia di insegnanti - in genere non proprio giovanissimi - all’uso di un micragnoso tablet o di una lavagna luminosa, entrambi strumenti che gli alunni padroneggiano benissimo già da soli? Non basta invece, forse, mantenere un po’ più giovane la classe insegnante? Comprare strumenti ovvi per qualsiasi ufficio (sedie, scrivanie, computer) e rinnovarli di anno in anno? Riprenderemo più avanti la discussione sugli insenganti, ora dedichiamoci ai nostri alunni.